RIO 2016
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Le 5 regole per scrivere di Paralimpiadi (e godersele al meglio)

Dai tempi di Stoke Mandeville e di Roma ‘60 acqua sotto i ponti, come si dice in gergo, ne è passata parecchia. I Giochi Paralimpici sono ormai una realtà solida e consolidata, con una sua routine e un suo pubblico, per fortuna sempre più ampio. Ma come dimostrano alcuni episodi, anche recenti (per esempio la campagna di Vogue Brasil) non sempre è facile “maneggiare” questo argomento senza ferire la sensibilità degli atleti o senza cadere in sterili cliché, che finiscono per ricoprire di inutile retorica il racconto di queste imprese sportive e di recare più danno che altro al movimento.

Abbiamo provato a stilare 5 semplici regole, perfette per chi vuole raccontare le Paralimpiadi ma in fondo utili anche a chi si prepara, in poltrona, a seguire le gare di Rio 2016.

Le Paralimpiadi non sono giochi “serie B”

Quando sono nate, nel secondo dopoguerra, le attività sportive volute dal dottor Ludwig Guttmann avevano finalità innanzitutto riabilitative. Era il 1948 e, in quasi settanta anni le cose sono cambiate parecchio. Le Paralimpiadi raccolgono il meglio dello sport mondiale, diviso per disciplina e per categoria, esattamente come le “colleghe” a cinque cerchi. Ci troviamo campioni in grado di correre i 100 metri in 10’’46 come Jason Smyth o di nuotare i 50 stile libero in meno di 24 secondi (23”16) come André Brasil: prestazioni non alla portata di tutti, nemmeno fra chi è disabile. La valorizzazione dell’appuntamento paralimpico è fondamentale; in tal senso senso l’esempio di Londra 2012 è stato paradigmatico, con tribune sempre piene e un’atmosfera che non faceva rimpiangere quella vista nel mese precedente: la via da seguire per il futuro è questa.

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Parlare dei risultati

È la madre di tutte le regole, i Giochi Paralimpici moderni erano e restano una competizione, fatta di gare, prestazioni e punteggi. La cosa più sbagliata che si possa fare è raccontare le Paralimpiadi come un raduno semi-dilettantistico di persone con disabilità dedite ad attività sportive. Intendiamoci, apprezziamo lo spirito decoubertiniano, ma qualsiasi atleta paralimpico non farà fatica ad ammetterlo: una volta ottenuto il pass olimpico, la mente si setta in automatico o quasi sull’obiettivo successivo: vincere. Il nostro modo di raccontare la competizione deve rendere onore quanto più possibile a questa mentalità.

Non evidenziare solo la disabilità

Protagonisti centrali dei giochi sono gli atleti, con le loro storie. È necessario però che le vicende umane, in particolare quelle legate all’handicap, non finiscano per fagocitare gli sportivi stessi. Bisogna riuscire a raccontare una gara, una qualificazione, una finale, senza porre l’accento esclusivamente sulle caratteristiche fisiche dei partecipanti, senza limitarsi a raccontare con pietismo le loro vicende personali. La storia strappalacrime di un incidente o di un bambino con disabilità forse procura qualche clic in più o un’audience maggiore, ma svilisce l’intero movimento Paralimpico e la sua (delicata) missione ultradecennale.

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Parallelo? Sì, ma con intelligenza

Il termine di paragone che il pubblico medio ha, rispetto ai Giochi, sono naturalmente le Olimpiadi. Il confronto fra olimpionici e atleti paralimpici va – però – gestito con intelligenza. Non ha molto senso paragonare chi corre i 100 metri piani dell’atletica leggera a Usain Bolt o un campione di wheelchair basket a LeBron James. È molto più efficace far capire al grande pubblico che dietro all’avvicinamento di tutti questi campioni all’appuntamento olimpico c’è lo stesso tipo di lavoro. Un duro allenamento e una preparazione che non è inferiore a quella di un’atleta normodotato.

 

Ricordarsi che sono “utili”, giorno dopo giorno

Queste poche regole che abbiamo provato ad abbozzare, hanno un perché. Per capirle fino in fondo bisogna tornare ancora una volta a Stoke Mandeville e all’intuizione di Sir Guttmann, che vedeva le gare come momento riabilitativo ma anche di reinserimento sociale. Con il passare degli anni questo aspetto si è consolidato e rafforzato, man mano che i Giochi diventavano più professionali. Le persone che sono state ispirate e aiutate dalle imprese sportive dei paralimpionici sono centinaia e centinaia di migliaia. Saper raccontare nel migliore dei modi il mondo degli atleti  con disabilità e delle Paralimpiadi ci permette di confidare in una nuova società, più aperta ed inclusiva nei confronti di tutte le persone con disabilità.

 

 

In foto: Veronica Yoko Plebani, leggi l’intervista

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3 Comments

  1. Sono un giornalista sportivo (pubblicista). Condivido in toto quanto scritto.
    Spesso e volentieri tanti colleghi “professionisti” commettono errori imperdonabili.
    Un saluto sincero e affettuoso.

    • Sabina Montevergine says

      Grazie davvero Gabriele per questo tuo commento! Noi speriamo che queste Paralimpiadi siano un’occasione per fare del grande giornalismo!

  2. Pingback: Abdellatif Baka nella storia, il suo oro nei 1500m è più “veloce” di quello olimpico - Games Anatomy

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