RIO 2016, STORIE
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Eccomi, sono Martina

Eccomi.

Essere un atleta non è una storia che avviene da un giorno all’altro, ma frutto di un processo di sudore e passione. Quando nel 2010 ho avuto la mia prima protesi da corsa era come se mi avessero regalato un giocattolo nuovo e dunque quello che dovevo fare era “giocarci”.

Non sentivo quella sfida e senso di rivalsa nei confronti della vita che era stata ingiusta con me, ma solo una grande nuova scoperta.

Solo due settimane dopo avermela consegnata ecco che vengo iscritta alla prima gara sui 100m. Ne avevo già fatte di gare da piccola, con la scuola, ma il mio sport era la pallavolo, dove non c’era uno sparo di pistola ma solo un fischio di un arbitro e accanto a te trovavi le tue compagne, non le avversarie. Quindi eccomi lì al traguardo con tutti che si complimentano e persino una giornalista che mi fa due domande. Non ci trovavo nulla di eccezionale in quello che avevo fatto, anzi il tempo non mi sembrava molto soddisfacente, 19’98!

Da quella gara è stato un crescere, un continuo imparare e sorprendermi di quando fosse ricco questo mondo dello sport paralimpico.

E pian piano si è risvegliato in me quello spirito agonistico, quella voglia di superarmi con la fatica, quell’indole da guerriera che non ha mai smesso di agitarsi dentro di me. Ogni vittoria è una conferma, un segno che mi dice “sei sulla strada giusta”, non so quanto lunga sarà la strada.

Dopo una medaglia olimpica si sente sì un vuoto, perché l’obiettivo è stato raggiunto. Però come fare a non sedersi su una vittoria? Basta pensare che la vita è piena di vittorie e sconfitte e che non si smette mai di crescere.

È chiaro che è giusto godersela un po’, godere della bella sensazione che ti dà un traguardo così grande. Ed è quello che spero di poter fare a Rio, quando dopo le gare mi fermerò qualche settimana per viaggiare non da atleta.

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L’infortunio di quest’anno mi ha riportata indietro di 8 anni, quando per mesi fui costretta ad usare le stampelle senza protesi, dove i dolori mi impedivano di essere serena e tutto era molto più difficile. Ma ne uscì graffiando la vita e questo mi ha aiutata, perché ho pensato “se l’ho già fatto una volta significa che è possibile”. Quanto ho pianto in quei mesi. Il pianto è quello che ci rimane quando non si ha potere di cambiare le cose; quindi quando il senso di impotenza lacera la volontà di reagire, l’unico appiglio è l’esperienza. Io, oltre alla famiglia e gli amici, questa  volta ho avuto anche un ragazzo accanto che mi ha fatto apprezzare altri aspetti della vita aiutandomi a non gettare la spugna. Ne sono uscita più forte e determinata.

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Martina Caironi

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