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Velocità: il tempo indivisibile

La fisica dice che dividendo lo spazio percorso per il tempo impiegato si ottiene la velocità, ma non dice che la velocità è l’insieme di emozioni ed eventi che affollano il presente:  inseguendosi come particelle d’acqua, danno vita all’onda il cui il culmine, appena formato, già si dissolve.

La velocità è indivisibile, eppure ha due facce

È fragile e si sbriciola se per guardarla meglio cerchiamo di rallentarla, per questo Achille non raggiungerà mai la tartaruga;  ma allo stesso tempo è potenza esplosiva che sguscia e scappa, non attraversa le soglie, le polverizza. La velocità è brulicante perché accavalla gli eventi; così gli occhi non riescono a catturare una forma ben precisa, corrono e rimbalzano da un fatto all’altro come in un brodo primordiale, in cui tutte le combinazioni sono ancora possibili. La velocità è il presente, il futuro che arriva, che è arrivato e già è sparito.

Di questo vivono le gare di velocità, di cui i cento metri sono la massima espressione; infatti più che guardarli  in diretta si percepiscono. Per vederli davvero bisogna rallentare, dilatare, sezionare il tempo. Solo quando diventano lenti se ne osservano i pezzi, ma una volta disgregati non sono più quella sinfonia affollata di emozioni e gesti, sono un’altra musica. Del resto i “Cento” sono belli proprio perché li vediamo tante volte, in tutte le salse, da tutte le inquadrature: con la camera mobile, quella fissa, quella frontale e tutto il movimento trova forse l’estrema sintesi nella staticità del fotofinish.

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Avete mai provato ad ascoltare i cento metri alla radio?

A me è capitato per caso nel 2008, durante le olimpiadi di Beijing ed è stata un’esperienza rivelatrice.
Il cronista si aspettava una grande prestazione di Asafa Powel: “Asafa Powel è uscito dai blocchi, si distende per cercare l’allungo, Asafa Powel! Asafa Powel! BOLT! record del mondo!” Aveva raccontato la radiocronaca del 5° classificato, cento metri in 9.95″, 26 centesimi di ritardo sul vincitore. L’aspettativa gli aveva teso un tranello, la velocità aveva completato lo scherzo; in così poco tempo non era riuscito a ricucire lo strappo fra ciò che si aspettava e ciò che stava accadendo, troppe cose tutte assieme per per guardare, pensare e raccontare; come se la rapidità degli eventi avesse scollato occhi e mente. L’errore è rivelatore: una radiocronaca sbagliata è stata sintesi perfetta.

E proprio questo sono i cento metri: la sintesi della pista d’atletica, lo spazio in cui l’uomo misura la sua velocità. Quel quarto di pista arancione, che oggi può essere anche blue come il cielo, è un simbolo, è la distanza sopra la quale il tempo scorre portando la sua la misura “verso l’infinito e oltre” come direbbe il filosofico Buzz Lightyear.

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A quelli come Martina non puoi non chiedere come sia possibile concentrare 4 anni di aspettative e duro lavoro in meno di 15 secondi; sono grandezze che non stanno insieme, non hanno senso una di fianco all’altra.
Ecco perché i cento sono una misura speciale, dove gli anni e si secondi  si avvicinano, fino a coincidere. Sono sintetici e affollati, sono telegrafici, eppure ricchi come un romanzo. Se ne può parlare per ore, a volerli raccontare nel dettaglio. Ma del resto la velocità è così: continua a scappare da tutte le parti.

di Bruno Pulici

Martina Caironi, atleta paralimpica pluricampionessa classe 1989, nasce ad Alzano Lombardo in provincia di Bergamo.
Entra nel mondo dell’atletica nel 2010 affermandosi subito come promessa dell’Atletica Leggera Paralimpica. Leggi la biografia di Martina qui

Gli appuntamenti di Martina a Rio 2016

10 Settembre, 18.27
Finale Salto in lungo T42

17 Settembre, 17.00
Batterie 100 mt T42

17 Settembre, 23.30
Eventuale finale 100 mt T42

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