RIO 2016
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Non è facile vincere. Mai.

Ci sono parole o espressioni che durante la Paralimpiade si consumano fino a diventare trasparenti: straordinari, speciali, campioni di vita, eroi, commuovente, emozionate, forza di volontà, destino, rinascita. Non si contano. E forse è anche giusto così, perché un concentrato così alto di vita mischiata allo sport è ben raro di trovare. Stordisce. Si perde il senso della misura anche nel racconto.

C’è però un termine che questi Giochi hanno riportato in auge: FATICA. Una parola che ha subito negli ultimi anni un processo di rimozione dai vocabolari e prima ancora dal quotidiano. La fatica è out. Tutto è in funzione dell’eliminazione della fatica, ogni sforzo serve a ridurre l’impatto delle interferenze. La fatica soccombe ai nuovi totem: veloce, comodo, su richiesta. Easy.

A Rio tutto questo è stato sovvertito: di facile non c’è stato un bel nulla.

Non è facile arrivare a una Paralimpiade, non è facile gestire tutto il fardello di emozioni, adrenalina, attese, paure, che riveste come un mantello ogni prestazione sportiva. Non è facile vincere. Mai. Neanche per i cosiddetti favoriti.
E così torna lei, la fatica. In tutti i discorsi. Prima e dopo una medaglia.
Perché la fatica è un percorso, non è un fastidio momentaneo; ha la qualità della durata e della persistenza. La profondità di un buco nero di cui non si vede neanche più il fondo. Ha spessore e peso non necessariamente rapportati alla capacità di sopportazione. È una bella parola, e se in questi giorni brasiliani l’abbiamo sentita tante e tante volte, la cosa dovrebbe far riflettere: se gli atleti paralimpici avvertono la necessità di riaffermarla, è perché abbiamo l’abitudine a minimizzare troppo.

Perché invece non dire – come Francesco Bocciardo – che le sue labbra viola appena uscito dalla vasca dell’Aquatics Stadium sono la prova di uno sforzo al di là dell’immaginabile? Per vincere, certo, ma soprattutto per dare tutto. Quel bluastro è il segno visibile di una ruspa interiore. Che ha scavato per tanto tempo, non solo nei 400 metri del suo oro.

E poi Federico Morlacchi, che l’oro lo ha dedicato a se stesso. Perché no? “Ho faticato talmente tanto che me lo merito”.

E il primato di Assunta Legnante, che ha straziato la sua schiena per fare la misura necessaria a vincere. Ora però non si regge in piedi.

Non parliamo degli assalti di Bebe Vio: urla di fatica, che diventano sorrisi e lacrime insieme.

La fatica di Giancarlo Masini che scopre dai giornalisti di aver vinto un bronzo nella crono: e piange, ricorda il momento in cui era in ospedale, solo tre anni fa. Fatica dei ricordi o semplice fatica umana, come Andrea Tarlao (bronzo nella prova su strada) che pedala al buio con la lampadina davanti e dietro, ogni giorno dopo il lavoro in banca. Con la paura di essere investito.

La fatica di Martina Caironi è quella della responsabilità, quella di una ragazza che a 28 anni vuole cambiare un pezzo di mondo. E ce la farà di certo. Lo ha già fatto.

Francesca Porcellato su questo concetto spende le parole più chiare: “Con tutta la fatica che facciamo, smettiamola di chiamarle Paralimpiadi. Sono Olimpiadi, togliamo quel Para”.

La fatica è anche quella di accettare che le cose non vadano come si vuole: Sara Morganti ha dovuto rinunciare al suo sogno olimpico il giorno prima della sua gara con la sua cavalla Royal Delight, fermata ai controlli per uno sospetto fastidio nel trotto. “Ho pianto tantissimo, non me ne capacito ancora. È un momento così difficile che non so neanche cosa farò nel mio futuro”. Ma sarà sempre l’attitudine alla fatica a indicarle la strada, e siamo certi che non sarà quella di mollare.

Una delle eredità di questa Paralimpiade brasiliana è proprio quella di riconsiderare questa parola, darle accesso alla vita di ogni giorno, valutare che non è una mosca fastidiosa di cui sbarazzarsi, ma un passaggio panoramico per arrivare a vedere le cose da una posizione migliore.

Grazie Rio, grazie Azzurri!

 

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di Silvia Galimberti

Foto OIS | Games Anatomy from Rio

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