RIO 2016
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Paralimpiadi di Rio, il sogno della normalità

Cosa rimane dopo l’ubriacatura di musica e suoni del Maracanà? La cerimonia inaugurale dei Giochi è stata il più veritiero biglietto da visita di questo Paese, alle prese con un evento evidentemente più grande delle sue capacità. Parliamo di risorse economiche, perché nel suo cuore il Brasile ha capito bene che le Paralimpiadi sono un bellissimo sogno di normalità. Lo sapevano i 70mila di ieri sera, che hanno distribuito con uguale sincerità applausi e boati di disapprovazione verso un governo nel quale non si sentono rispecchiati. Però c’erano, hanno contato l’inno nazionale a una voce e ballato sugli spalti come fosse un carnevale. Prima, durante e dopo.

È stato un evento che dire sobrio significa riconoscerne le buone intenzioni. Nessun paragone può essere fatto rispetto al passato, troppo impari e distanti le edizioni di Londra (trionfale) e perfino Pechino (ammaestrata e impeccabile). Ma – ed è importante sottolinearlo mille volte – in questa austerità c’è stato tanto sentimento, e quasi si è apprezzata la semplicità della cornice perché non ha oscurato il messaggio: ok, abbiamo un sacco di problemi, ma questo è il Brasile e da qui vogliamo ripartire per sognare il nostro “mundo novo”.

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Nessuno ha nascosto nulla, neppure ci ha provato: non lo ha fatto il presidente dell’Ipc Phil Craven che ha sottolineato come questi Giochi potrebbero davvero cambiare la gente afflitta da molti problemi, instillando il pensiero vincente che “si può fare”, che nulla è impossibile. Se lo augura anche il neo insediato presidente Michel Temer, che però non è stato creduto fino in fondo. Così come il presidente del comitato organizzatore dei Giochi, Carlos Nuzman, sulla cui gestione soprattutto amministrativa gravano parecchi dubbi.

Clodoaldo Silva Brazilian Paralympic swimmer lights the Cauldron at the Opening Ceremony of the Rio 2016 Paralympic Games at the Maracana Stadium. The Paralympic Games, Rio de Janeiro, Brazil, Wednesday 7th September 2016. Photo: Al Tielemans for OIS/IOC.  Handout image supplied by OIS/IOC

 Photo: Al Tielemans for OIS/IOC. Handout image supplied by OIS/IOC

La cosa più emozionante? Sono due i momenti che resteranno di questa cerimonia, uno previsto e l’altro capitato per caso. La bandiera paralimpica portata dentro il Maracanà da 9 bambini incollati come cuccioli di canguro davanti ai loro papà, per testimoniare il bello del progetto di calcio per ragazzi con disabilità Bota no Mundo. Sono loro il momento più intenso di questa serata, i loro occhi spalancati sulle mille luci dello stadio carioca, le loro mani che si muovono in cielo per salutare. Di più, la fierezza dei loro genitori, consapevoli di stare vivendo un momento unico. E poi nel finale, mentre la torcia olimpica si avvicina al braciere portata dagli ultimi quattro tedofori: Marcia Malsar, ex atleta ai Giochi del 1984, pioniera dello sport paralimpico in Brasile, avanza tenendo in una mano la torcia e nell’altra un bastone per sorreggersi, inizia a piovere, uno scroscio improvviso ma potente, il pavimento si fa subito bagnato e scivoloso. Marcia scivola e cade, è solo un istante, cala il silenzio, verso di lei accorrono due persone dello staff, ma non fanno in tempo ad aiutarla perché lei è già pronta per rialzarsi. Riprende in mano i suoi pezzi con forza e fierezza, e finisce il suo percorso, mentre un’onda di applausi e di emozione riempie l’aria. Ha detto tutto senza dire nulla: cadiamo, ma poi ci rialziamo.

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Silvia Galimberti

 

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